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Cinema Il Datafilm ACEC http://www.acec.it/ contiene tutte le schede complete dei film predisposte dalla Commissione Nazionale Valutazione Film della CEI.
Lui e lei giocano alla coppia in "Copia conforme" di Abbas Kiarostami Unica certezza il treno delle nove Anticipiamo ampi stralci di uno degli articoli del numero in uscita della rivista "La Civiltà Cattolica". La Toscana vista da un iraniano? L'Europa vista (e ascoltata) da un asiatico? Alla base del film Copia conforme di Abbas Kiarostami c'è un'esperienza, ritenuta fondamentale in ogni narrazione romanzesca, che consiste nell'agnizione dell'altrove. La stessa cosa potrebbe accadere a noi se, leggendo un racconto delle Mille e una notte, immaginassimo di trovarci in Medio Oriente. Girato tra Arezzo e il non lontano paese di Lucignano, Copia conforme mette in scena un lui, lo scrittore inglese James Miller (William Shimell, che nella vita è cantante d'opera) e una lei, francese senza nome (la brava Juliette Binoche, che per questo film ha vinto il premio come migliore attrice al festival di Cannes 2010), la quale gestisce un negozio di antiquariato e ha un figlio (Adrian Moore) di 12-13 anni. In Italia il film è distribuito sia in versione doppiata, sia in versione originale con i sottotitoli. Soltanto la seconda, ovviamente, consente di apprezzare il raffinato plurilinguismo della pellicola, che mescola l'inglese e il francese, lingue materne dei due interpreti principali, con l'italiano dell'ambiente di fondo. James è ad Arezzo per presentare un libro che ha per titolo Copia conforme e uno strano sottotitolo: Una buona copia può essere migliore dell'originale?. Il libro parla di opere d'arte anche se James, che ne è autore, non è un critico, né uno storico dell'arte. In Gran Bretagna il libro non ha avuto successo. La traduzione italiana sembra avere un'accoglienza migliore. La macchina da presa inquadra una copia del libro e una sedia vuota. James è in ritardo. "Non può trovare la scusa del traffico. Abita qui sopra", dice il traduttore (Angelo Barbagallo, che è anche coproduttore del film) rivolgendosi alle persone riunite nella sala per conferenze. Mentre aspettiamo l'arrivo dello scrittore, facciamo la conoscenza del cinema di Kiarostami in dimensione europea, eguale e insieme diverso da quello che, fin dal 1970, affascina i cinéphiles di tutto il mondo nella dimensione iraniana. Lunghe inquadrature con la camera fissa, angolazioni ortogonali e raccordi di campo-controcampo a 180 gradi negli interni. Piani-sequenza con la camera a mano quando l'azione (o la non azione) si sposta all'aperto. Lo scrittore e l'antiquaria non si sono mai incontrati prima, ma è evidente che tra i due nasce un'attrazione a prima vista. Se ne accorge non senza disappunto e lo fa presente con piglio scontroso il figlio di lei. L'uomo e la donna vivono, a quanto pare, in situazioni sospese. Non sono più giovani. Sogni e illusioni sono ormai tramontati da tempo. Non tutti i desideri si sono realizzati. L'insoddisfazione determina lo stato d'animo abituale. Nelle esperienze accumulate ci sono più vuoti che pieni. Ciò costringe entrambi a sorvolare sulle cose e sulle persone nelle quali si imbattono, a non prendere sul serio niente e nessuno, nemmeno se stessi, a non scoprirsi, a non impegnarsi. Questo sentimento prevale, a dire il vero, più in lui che in lei. Nella donna c'è ancora qualche residuo di sensibilità, qualche carbone rimasto acceso sotto la cenere, un'inquietudine che la rende recettiva e non del tutto rassegnata. Con la scusa delle dediche da firmare su alcune copie del libro che lei ha acquistato, i due si incontrano nel negozio di antiquariato da dove partono per un'escursione a Lucignano. È domenica. Lui deve prendere il treno alle nove di sera. Hanno a disposizione un pomeriggio da trascorrere insieme. La conversazione in automobile, che prendendo lo spunto dal libro riapre la questione del rapporto tra copia e originale, non è molto interessante come non lo saranno in seguito altri argomenti da salotto artistico-letterario, che sembrano avere come unico scopo quello di riempire le pause di silenzio, che rischiano di farsi imbarazzanti. Più che l'argomento conta il tono con il quale i due interlocutori si esprimono. A volte parlano entrambi in inglese. È lei che si muove sul terreno di lui. Altre volte parlano in francese. È lui che scende sul terreno di lei. A volte la conversazione scivola liscia. Altre volte si arresta per delle impuntature. Quando le divergenze di opinione si fanno palesi e il tono della voce diventa aspro e tagliente, ciascuno si esprime nella propria lingua e le dissonanze si affastellano le une sulle altre. Le parole scorrono parallele alle immagini. Le strade strette della città, tra edifici alti che si riflettono nel parabrezza dell'automobile, cedono il posto alle colline coronate da cipressi, che caratterizzano i dintorni di Arezzo. Poi si arriva a Lucignano, uno di quei paesi nei quali il tempo sembra essersi fermato tanti secoli fa. Quando l'antiquaria chiede allo scrittore di dirle come gli è venuto in mente di scrivere quel libro, lui le racconta un aneddoto nel quale lei crede di riconoscere se stessa con il proprio figliolo. La donna che serve al bar, dove i due si sono seduti per bere un caffè, li osserva attentamente e crede di riconoscere in loro la coppia di due sposi felici di vivere insieme. Chissà perché, i due decidono all'unisono di prendere sul serio questo gioco degli equivoci e di recitare l'uno per l'altra il ruolo del coniuge assente, distratto, preso dal lavoro (lui), quello della moglie apprensiva, insoddisfatta, invadente (lei). I tempi del film si dilatano. La storia che dura un pomeriggio di domenica sembra contenerne un'altra che dura da quindici anni. I due si sono amati, si sono sposati, hanno visto il loro rapporto logorarsi nella routine quotidiana, si sono lasciati. Ora si ritrovano. Hanno una quantità di rimproveri da farsi. La serie delle recriminazioni reciproche sembra non avere mai fine. Ma intorno c'è il brulichio del paese che vive. I ragazzini che giocano a pallone per strada. Una coppia di anziani coniugi che, sorreggendosi l'un l'altro, tornano a casa dopo aver fatto le loro devozioni in chiesa. Ci sono coppie di giovani sposi che si danno convegno a Lucignano per farsi fotografare davanti all'albero d'oro: un capolavoro di oreficeria, custodito nel museo, che secondo un'antica tradizione assicura agli sposi novelli un avvenire felice. Che senso ha, si domanda a un certo punto lo spettatore, il doppio gioco al quale il film lo invita a partecipare? Lei che finge di essere un'altra davanti a lui che accetta di assecondarla. Quale scopo può avere questo strano comportamento? Forse lei è alla ricerca di un'altra se stessa: quella che non sa di essere. Forse cerca di spingere lui alla ricerca di un altro se stesso. Può darsi che i due stiano mettendo in scena una sorta di psicodramma a favore l'uno dell'altra. Le ipotesi che possono essere avanzate a questo riguardo, anche se contraddittorie, non si escludono reciprocamente. Rimane tuttavia il sospetto che il film, piuttosto che indagare sulla realtà, ponga quesiti sui rapporti, non facili da determinare, tra realtà e linguaggio cinematografico. Nelle immagini del film si notano specchi che rinviano a ciò che rimane fuori dal campo visivo. Alle cose presenti sullo schermo si sovrappongono riflessi che provengono dall'ambiente circostante. Allo stesso modo nella colonna sonora ci sono brusii e rumori inerenti alla vita di ogni giorno, quella che si snoda con i suoi molteplici aspetti al di là dei singoli frammenti colti al volo dall'occhio e dall'orecchio del cinema. Come i riflessi visivi e gli aloni sonori rinviano a un mondo reale che esiste fuori dalla coppia dei due protagonisti, così dal mondo esterno provengono motivi che si riferiscono alla vita di coppia, vista nel susseguirsi dei tempi (gioventù, maturità, vecchiaia) che ne determinano i modi, scanditi dalla mutabilità degli umori. Nel film si riflettono, come in un caleidoscopio o in un poliedro dalle sfaccettature rilucenti, i mille volti di una realtà che non è mai uguale a se stessa. Il cinema si interroga, allo stesso tempo, sul suo rapporto con la vita, sul suo essere copia (riproduzione audiovisiva, come si dice) di un originale che sta davanti alla macchina da presa, e sulla sua capacità di rinviare, oltre che all'oggetto inquadrato vicino e quasi tangibile, a un'altra realtà, lontana e inaccessibile, che non si identifica con ciò che l'occhio vede e l'orecchio ode. Mentre i due aspettano in un ristorante di consumare un pasto che non viene loro servito (è troppo tardi per il pranzo e troppo presto per la cena), lei si ritira nella toilette per farsi bella. Davanti allo specchio si tinge le labbra di rosso, indossa un paio di vistosi orecchini. Ma lui non si accorge del cambiamento. La Binoche si diverte a prendere sul serio il proprio gioco di attrice mentre interpreta il ruolo di un personaggio che non ha nome. D'altra parte, in un film che si interroga sul rapporto tra copia e originale nell'arte, ci si può chiedere quale sia la copia e quale l'originale nel cinema: il personaggio o l'interprete? Dopo tutto, ciò che si vede sullo schermo quando si guarda un film non è che la copia di una copia: nel cinema l'unico originale è il negativo. La Binoche parla in un'intervista dei suoi rapporti con Kiarostami: "Tempo fa, sono andata in Iran per incontrare Abbas. Una sera mi ha raccontato la storia che abbiamo girato insieme nel film. Mi ha detto che era una storia capitata a lui. Alla fine mi ha chiesto: "Mi credi?". Gli ho risposto: "Sì". E lui mi ha detto: "Non è vero!". Sono scoppiata in una risata che gli ha fatto venir voglia di realizzare il film. Il confronto tra realtà e finzione mi ha sempre fatto ridere, perché sono convinta che tutto sia possibile. Ancora oggi sono convinta che Abbas ha veramente vissuto questa storia. Allo stesso tempo, però, sono convinta che non l'ha vissuta". La Binoche mette questo aneddoto, che secondo lei è all'origine del film, in rapporto con la sua esperienza di attrice. "Una donna può nasconderne un'altra, dice come se parlasse a se stessa. Per un'attrice, il regista è colui che le svela l'altra donna che è in lei. Il suo ascolto, la sua macchina da presa, le sue attese spingono la donna a entrare in se stessa e a incontrare quell'altra. Lei non sa chi è. Lo scopre insieme a lui". Anche Shimell, alla sua prima esperienza davanti alla macchina da presa, ha qualcosa da raccontare sui suoi rapporti con il regista, iniziati nella primavera del 2008 a Aix-en-Provence durante le prove di Così fan tutte di Mozart. "Mi sono sentito immediatamente a mio agio con Abbas, dice il baritono. Io non parlo il farsi, e l'inglese di Abbas assomiglia a un'opera incompiuta. Tuttavia, la nostra comprensione reciproca aveva un che di naturale. Le sue idee sull'opera di Mozart, e in particolare sul personaggio di don Alfonso, che io interpretavo, mi incuriosivano". Don Alfonso, come vuole il libretto che Lorenzo da Ponte ha scritto per Mozart, è una sorta di regista che allestisce, come si direbbe oggi, una commedia nella commedia. Sotto la sua guida, due ufficiali che vogliono mettere alla prova la fedeltà delle loro fidanzate, si travestono da turchi per tentare di sedurre ciascuno la donna dell'altro. Fingono di essere quello che non sono e, per questa insolita via, giungono a conoscere quello che sono. Potrebbe essere questo lo spunto originario del film Copia conforme. Come autore del film, Kiarostami sta più dalla parte della donna che non da quella dell'uomo. Lei, aiutata dalla straordinaria sensibilità dell'interprete, sembra una di quelle creature che sono fatte apposta per vivere sospese tra concretezza e astrazione, realtà e sogno. Ogni intoppo o incidente che incontra sul suo cammino le offre l'occasione per andare alla scoperta di una dimensione nuova e diversa. Lui è più attaccato alla terra. Sa che l'esperienza che sta vivendo ha una durata limitata nel tempo. Non ha nessuna intenzione di perdere il treno delle nove.
di Virgilio Fantuzzi da L'Osservatore Romano - 31 luglio 2010 IL CINEMA DEI VALORI Il film Oscar sulle adozioni in Italia non si può vedere La domanda sorge spontanea: com’è possibile che un film campione d’incassi negli Stati Uniti, forte di un Oscar per la migliore attrice protagonista, sia proiettato solo al Fiuggi Family Festival e non trovi spazio nei nostri cinema? «Magie» della distribuzione all’italiana, capace inizialmente di rifiutare perché «deprimente» un film come The Road, tratto dall’omonimo romanzo di Cormac McCarthy, considerato un capolavoro della letteratura contemporanea. Ma qui, si è andato oltre. The Blind Side, il film che ha premiato Sandra Bullock, in un inedito ruolo drammatico, prima con il Golden Globe e poi con l’Oscar, che ha fatto commuovere famiglie di americani con quella storia, vera, di un gigante buono del football americano e ha rastrellato 255 milioni di euro, quarto incasso assoluto della stagione, in Italia è disponibile solo in dvd, dopo una fugace apparizione su Mediaset Premium. Una scelta in controtendenza, per la pellicola che, nata dal nulla, al botteghino ha scalzato in America addirittura i teen vampiri amati da orde di adolescenti, di Twilight: New Moon. Resta la domanda. Perché questo film che parla di sport e adozione non è degno di arrivare nei cinema italiani? «D’accordo con la società produttrice del film – ha raccontato Paolo Ferrari, presidente di Warner Bros Italia – abbiamo ritenuto che il soggetto fosse poco adatto al pubblico italiano, che ha sempre mostrato di gradire poco i film sullo sport e in particolare sulle discipline, come il football americano, sconosciute nel nostro paese. L’investimento promozionale per lanciare un film sul mercato delle sale è diventato gravoso e le previsioni di incasso per Blind Side sconsigliavano di rischiare». Insomma, secondo la Warner, agli italiani, popolo che vive di pane e calcio, non piacciono i film sullo sport. Eppure Invictus di Clint Eastwood, sembra dimostrare il contrario. Quel film, dove il rugby è uno strumento di lotta politica, dove non si gioca soltanto una partita ma si raccontano emozioni e storie individuali, o collettive (il Sudafrica di Mandela) da noi è andato molto bene. E non è l’unico. Anche in The Blind Side il football è un pretesto. Anzi è il contesto, dentro cui si dibatte il destino di Michael Oher, un grattacielo d’uomo, campione dei Baltimore Ravens. Oggi, a soli 24 anni, la sua storia è diventata un libro e un film. La storia di un ragazzo afroamericano di Memphis, orfano di padre e con una madre tossicodipendente, che non ha nulla, se non un futuro di degrado e la stazza per fendere il quadrilatero verde. Alle soglie di un destino senza destino lo salva Leigh Anne Tuohy (Sandra Bullock appunto), assieme al marito e a due figlie. Reginetta della commedia sentimentale per un’intera generazione, l’attrice ha abbandonato impacci romantici e buffi corteggiamenti, per un ruolo che lei stessa ha definito «impegnato e impegnativo»: «Ha subito avuto un significato molto importante per me: perché parla delle mamme, che si occupano sempre dei figli, naturali o adottati, e non importa da dove vengono». Anne apre la propria casa di bianchi benestanti a quel bambinone triste di colore. Lo adottano, gli pagano gli studi, lo seguono e gli fanno coltivare il suo sogno, racchiuso in potenza nel suo talento innato: il football. Michael avrà la ribalta, ma soprattutto avrà una famiglia. È la quinta essenza dell'american dream, nella sua versione caritatevole. Il razzismo della povertà battuto dalla pietà e dallo sport che è sfida, conquista e successo. E, anche se spesso ci sfugge di mente, solidarietà.
di Ilario Lombardo da Avvenire del 27 luglio 201010 e lode per l'undicesima animazione Pixar: i giocattoli di Lasseter divertono ancora Toy Story 3 Anche Andy cresce, e si prepara a partire per il college. Dove finiranno Woody, Buzz Lightyear e tutti gli altri giocattoli? Per sbaglio, al Sunnyside Daycare, ovvero un asilo per piccole, ordinarie pesti, che faranno della loro vita un inferno. Per fortuna, c’è l'Orsacchiotto tanti abbracci, il capo dei giocattoli dell'asilo: anzi no, il peluche al gusto di fragola non fa nulla per aiutarli, mentre Buzz sembra aver fatto comunella con Lotso. Chi aiuterà i nostri? Ovviamente, Woody, che escogita un audace piano di fuga… “Verso l’infinito e oltre!” grida Buzz, e avrebbe potuto John Lasseter rimanervi indifferente? Certo che no, e l’undicesimo film della Pixar domiciliata a casa Disney infrange record su record negli Usa, ma senza spostare di una virgola la proverbiale, magica ricetta animata: meno solido sul piano drammaturgico di altre creature, Toy Story 3 fa comunque tesoro dei fratelli arrivati prima, salutando il primo threequel di casa Pixar con rara forza visiva, morbido ipercinetismo e tanta voglia di silenzio. Sì, anche quando si parla – non così spesso – il verbo non supera mai immagine e movimento, entrambi (metacinematograficamente) esaltati da angoli prospettici e filtri da “cinema altro”. Poi? Poi c’è la storia, che prende l’infanzia che se ne va (l’entrata al college e nel mondo adulto di Andy) e quella che rimane (i giocattoli) sugli scaffali, l’ecologia e il riciclaggio di giocattoli sporchi, il maschile e il femminile, il computer (CGI) e la matita, che veglia dal fuoricampo. Alt, dicevamo del femminile: ebbene, anche con gli occhialini 3D le polemiche femministe scatenate negli Usa vi sembreranno strabiche, e... tranquilli, ci vedete benissimo. Non vi resta che la buona, davvero, visione, e a noi la speranza: ci sarà un sequel anche per Wall-E? Chissà, ma “Verso l’infinito e oltre!” suonerebbe ancora meglio...
da Cinematografo.itA SERIOUS MAN A Serious Man (Usa, 2009) Registi: JOEL COEN - ETHAN COEN. Interpreti principali: M. Stuhlbarg, R. Kind, F. Melamed, S. Lennick, A. Wolff, J. McManus, P. Breitmayer, A. Landcker.
Siamo nel 1967, e Larry Gopnik (Michael Stuhlbarg), professore di fisica in una tranquilla città americana del Mid West, ha appena saputo da sua moglie Judith (Sari Lennick) che ha deciso di lasciarlo perché si è innamorata di Sy Ableman (Fred Melamed), un uomo che lei considera più concreto e affidabile del marito, il quale ha l’aria trasognata di chi sembra cadere dalle nuvole ogni volta che gli succede qualcosa di imprevisto. Il fratello disoccupato di Larry, Arthur (Richard Kind) dorme sul divano di casa. Il figlio Danny (Aaron Wolff) ha seri problemi disciplinari e non combina nulla a scuola. La figlia Sarah (Jessica McManus) gli ruba soldi dal portafoglio per potersi rifare il naso. Questi fatti accadono nell’ambito di una comunità ebraica, la stessa nella quale i fratelli Joel ed Ethan Coen, registi del film A Serious Man, sono nati e cresciuti. Il film è infarcito dei loro ricordi personali. Nei dialoghi ricorrono termini tipici della cultura ebraica, come agunah, il divorzio rituale che consente alla persona divorziata di risposarsi secondo le regole della comunità. Bar mitzvah è il rito di iniziazione che Danny deve celebrare leggendo nella sinagoga ad alta voce la haftorah (parti della Bibbia che gli vengono assegnate). Dio viene sempre indicato con il termine Hashem (che significa: il Nome). La situazione di Larry diventa di giorno in giorno sempre più critica. Mentre sua moglie e Sy progettano la loro nuova vita insieme, e suo fratello diventa un peso sempre più ingombrante, un anonimo scrive lettere ostili e calunniose che mettono a repentaglio il suo posto di lavoro all’Università. Come se ciò non bastasse, uno studente coreano tenta di corromperlo offrendogli denaro per ottenere la promozione e minacciandolo nel contempo di denunciarlo per diffamazione. A peggiorare le cose ci si mettono anche i vicini di casa. Uno (Peter Breitmayer), con l’aria minacciosa dell’attaccabrighe, sconfina nel terreno di Larry. L’altra (Amy Landcker), una non ebrea dal fisico procace, ha l’abitudine di prendere il sole nuda nel giardino. Larry, che sotto il peso di tante calamità (paragonabili alle sciagure che una dopo l’altra si abbattono su Giobbe) sente scricchiolare il proprio equilibrio interiore, si domanda cosa deve fare per conservare la propria integrità, per continuare a essere un Mensch, un uomo serio e retto, come ritiene di essere. «Io non ho fatto nulla», ripete il pover’uomo, intendendo dire che, non avendo fatto nulla di male, sa di non meritare il tormento di tanti castighi. Per superare l’angoscia che lo attanaglia alla gola, Larry, spinto dai suggerimenti di alcuni amici, decide di rivolgersi alle autorità religiose. Il crescendo del film è scandito da tre visite di Larry ad altrettanti rabbini disposti a diversi livelli della gerarchia, dal basso verso l’alto. Caratterizzate da un cerimoniale che le rende una più solenne dell’altra, queste visite si rivelano tutte e tre ugualmente infruttuose. I rabbini si rifugiano dietro parabole, metafore e aforismi che, in sostanza, non dicono nulla e lasciano che l’interlocutore sprofondi sempre più nella disperazione. Perché il giusto soccombe mentre il malvagio trionfa? È la domanda che rimbalza dall’uno all’altro dei libri dell’Antico Testamento. Inutile cercare nel film dei fratelli Coen la risposta a tale quesito. L’analogia tra il povero Larry e Giobbe, sommerso come lui da un mare di guai, regge soltanto in parte. Giobbe è un uomo di fede, ed è la sua fede che viene messa alla prova dagli avvenimenti dolorosi che lo colpiscono. Larry, a differenza del personaggio biblico, non è particolarmente religioso. È semplicemente un uomo rassegnato. I Coen sembrano divertirsi, non senza una punta di sadismo, nel vedere fino a che punto la sua rassegnazione può resistere. Messo alla prova dal convergere di tante calamità, riuscirà il nostro professore di fisica, che certamente un eroe non è, a mantenersi coerente con i propri princìpi? Questa volta la risposta c’è, ma purtroppo è negativa. Prima che il film abbia termine, Larry finirà con l’accettare la bustarella dell’alunno coreano. I guai tuttavia non finiscono al termine del film. Prima che il proiettore si spenga, si viene a sapere che le analisi mediche, alle quali Larry si era sottoposto all’inizio della pellicola, hanno dato esito negativo. Una spada di Damocle pende anche sul capo di Danny, che ha vissuto una peripezia parallela rispetto a quella del padre. Un tornado si sta avvicinando minacciosamente alla scuola mentre un insegnante maldestro non riesce ad aprire la porta del rifugio. La morte, che falcia inesorabilmente i giusti come i peccatori, è la sola certezza alla quale i fratelli Coen sembrano aderire. Ciò risulta anche dalla premessa, apparentemente incongrua, che è costituita da una storiella con la quale il film si apre. Siamo in uno shtetl (cittadina ebrea) vicino a Dublino in pieno Ottocento. Nel gelo dell’inverno una coppia di ebrei attende uno strano visitatore. È un benefattore incontrato per strada, come dice il marito che lo ha invitato a cena, oppure un dybbuk, il corpo di un defunto posseduto dal diavolo, come sostiene risolutamente la moglie, la quale, per dimostrare che quanto dice è vero, trafigge il visitatore conficcandogli nel petto un punteruolo da ghiaccio? Anche a questa domanda non c’è risposta nel film. Inventata di sana pianta dai Coen, la storiella rientra in una tradizione di racconti, tipicamente yiddish, che invitano a sorridere della morte per esorcizzarne la paura. di Virgilio Fantuzzi S.I. da Civiltà CattolicaCannes 2010 A Cannes il martirio di Tibhirine Tra i sedici lungometraggi che dal 12 al 23 maggio si contenderanno l’ambita Palma d’oro al festival del cinema di Cannes vi è anche un film "monastico". Il suo titolo è Des hommes et des Dieux e racconta la drammatica vicenda dei sette monaci trappisti assassinati a Tibhirine, in Algeria, nel 1996. Una vicenda, questa, che scosse la laicissima Francia e che ancora oggi rimane oggetto di indagini, giudiziarie e giornalistiche, nell’Esagono. Già, perché la ricostruzione classica di quella strage, nel contesto della guerra civile algerina (centocinquantamila morti in pochi anni), inizia a scricchiolare: secondo la tesi ufficiale, i monaci vennero rapiti dal Gia (Gruppo islamico armato) nella notte tra il 26 e il 27 marzo del ’96, per poi essere uccisi nelle settimane successive. Ma i loro corpi non vennero mai rinvenuti, se non le teste, decapitate, il 30 maggio. Che qualcosa sia ancora oscuro lo testimoniano i diversi dettagli che la stampa francese – se ne sono occupati in diverse riprese "Le Figaro", "Le Monde" e "La Croix" – rivela di tanto in tanto. Fondamentale la dichiarazione dell’incaricato militare dell’ambasciata francese ad Algeri in quegli anni, il generale François Buchwalter, che in una fase processuale (lo scorso anno) ha qualificato come «un errore dell’esercito algerino» il massacro dei sette religiosi. A produrre la sceneggiatura di Des hommes et des Dieux è stato Étienne Comar, il quale si è avvalso di una consulenza monastica particolare, ovvero quella di Henry Quinson, un religioso di Marsiglia balzato alla notorietà per il suo singolare iter di vita: da operatore di borsa a New York a frate cattolico, il tutto raccontato in Dallo champagne ai Salmi. L’avventura di un banchiere di Wall Street diventato monaco di periferia (San Paolo). Tibhirine e i suoi monaci martiri, dunque, sbarcano a Cannes: regista del film – coprodotto da Why Not Productions, Armada Films e France 3 Cinéma – è il francese Xavier Beauvois, quarantadue anni, già vincitore di un premio a Cannes per il suo N’oublie pas que tu vas mourir. «Sono rimasto molto colpito quando mi sono documentato sulla storia di questi religiosi – ha spiegato al quotidiano "Le Parisien" –. È un soggetto forte e molto sensibile. Questi sette monaci erano molto apprezzati nella regione dove abitavano, erano rispettati dalle altre comunità, avevano ottime relazioni con i musulmani». La produzione è stata girata tra dicembre e gennaio in Marocco, precisamente nel vecchio monastero di Meknès, visto che la situazione in Algeria non era ancora sicura. Tra i protagonisti, si segnala l’attore Lambert Wilson (già impegnato in Matrix Reloaded dei fratelli Wachowski nel 2003), che offre il suo volto alla personalità più forte della comunità di Notre-Dame d’Atlas (questo il nome del complesso monastico), ovvero il priore Christian de Chergé, autore di quella celebre preghiera di Ad-Dio in cui adombrava già la propria morte violenta. Il film prende in esame la vita quotidiana dei monaci durante il periodo "caldo" della guerra civile algerina, ovvero dal 1993 (anno in cui i terroristi del Gia diedero uno sfratto ultimativo agli stranieri residenti nel Paese nordafricano) al marzo 1996, quando i trappisti furono rapiti dal loro monastero. «Da loro ho imparato cosa vuol dire il sacrificio cristiano, visto che restarono a fianco della gente normale, loro amica, rischiando la vita»: così rievoca i sette monaci René Guitton, autore del recente Cristianofobia (Lindau) e ora impegnato in una nuova edizione del suo Si nous taisons dedicato al "martirio dei monaci di Tibhirine" (Calmann-Lévy), a suo tempo insignito del premio Montyon dell’Académie française. Fu proprio la decisione dei sette trappisti di restare a Tibhirine mentre imperversava la bufera del terrorismo islamista ciò che rese la loro testimonianza di solidarietà drammaticamente eloquente anche nel panorama francese. E per il momento le reazioni al film di Beauvois sono state, in sostanza, positive: «Se la sceneggiatura ci ha deluso – afferma Hubert de Chergé, fratello di Christian, il priore di Tibhirine – bisogna riconoscere che il film trasmette qualcosa del messaggio che i fratelli ci hanno lasciato». E Pierre Laurant, nipote di frére Luc, un altro dei monaci assassinati, ammette: «Devo riconoscere al film una qualità: resta fuori dalle polemiche politico-giudiziarie e chiarisce, senza idealizzare nulla, il senso di questa presenza monastica che si è spinta in avanti fino al martirio». Sul sito MissiOnLine.org del Pime padre Jean Marie Lassausse, della Mission de France, da dieci anni a Tibhirine, scrive: «Questo film insiste sulla fedeltà dei monaci a questa popolazione e a questa terra. Fedeltà che presuppone la durata. Questa pellicola, che ripropone la vita, la scelta e il dramma dei monaci i Tibhirine, insistendo sulla fedeltà sino al sangue, rilancia una sfida che continua a interpellarci. Il "vivere-con" ha questo prezzo ed è sempre d’attualità».
Lorenzo Fazzini da Avvenire del 4 Maggio 2010
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