Pellegrinaggio al miracolo eucaristico: Bolsena – Orvieto
2-3 giugno 2023



Il gruppo davanti a San Flaviano (Montefiascone)


L’ultimo nostro pellegrinaggio risaliva al giugno 2019 ed aveva avuto come meta Subiaco e Montecassino, sulle orme di San Benedetto. Poi, questa bella tradizione, iniziata nel 2008, è stata interrotta dalla pandemia.

Finalmente, a grande richiesta, quest’anno abbiamo potuto riprendere e così, il 2 e 3 giugno scorsi, con una cinquantina di pellegrini, ci siamo avventurati in una zona dove Lazio, Toscana e Umbria annodano i loro confini e dove la vista si perde tra crinali, radure, rupi, scorci di lago e dove tante storie e vicende si intrecciano: Bolsena con il suo lago, Orvieto con la sua rupe e la sua Cattedrale, la cui facciata si erge ben visibile da lontano.

Obiettivo del nostro pellegrinaggio è rivivere il miracolo eucaristico avvenuto nel lontano 1263 a Bolsena, a cui si lega poi la storia e il culto di Santa Cristina, e anche il cammino della via Francigena, perché Bolsena, e altre località sul lago, sono parte del percorso che i pellegrini hanno compiuto nel tempo e tuttora compiono per giungere a Roma.

Ed è proprio dalla via Francigena che inizia questa storia. Un sacerdote boemo, Pietro da Praga, aveva nel suo cuore il desiderio di essere fortificato nella fede e di avere risposte e conferme alle sue domande, essendo dubbioso sulla reale presenza di Gesù nelle specie eucaristiche. Intraprende perciò il lunghissimo e anche pericoloso viaggio lungo la via Francigena, per giungere a Roma. Arrivato a Bolsena sosta in preghiera sulla tomba di Santa Cristina (la giovanissima martire la cui fede non ha vacillato di fronte al martirio), qui celebra la Messa e, al momento della consacrazione, assiste al prodigio del sanguinamento dell’ostia. Il sangue impregna il corporale e cade anche in terra macchiando i marmi del pavimento e alcuni gradini. Lo stupore e la gioia dei presenti sono immensi! Viene informato il Papa, Urbano IV, che si trovava temporaneamente ad Orvieto ed è così che il corporale da allora trova la sua dimora ad Orvieto. Nell’agosto 1264 poi, con una bolla, il Papa istituisce la Solennità del Corpus Domini.

Cristina, in questa vicenda, ha sicuramente un ruolo importante. Vissuta nel terzo secolo a Bolsena, in una famiglia nobile (il padre infatti era governatore), ancora fanciulla si converte al cattolicesimo, contro la volontà del padre. Per questo viene da lui terribilmente torturata, costretta da lui a subire ogni sorta di angherie, ma sempre sopravvive ai tormenti inferti dal padre, anzi è il padre stesso a morire nel vederla riemergere dalle acque del lago dove l’aveva fatta gettare con una macina legata al collo. La grossa pietra, anziché trascinarla a fondo, la riporta a riva, ancora visibili su di essa le impronte lasciate dai suoi piedi. I successori del padre non sono da meno, continuano a perseguitarla finché riescono a piegarla trafiggendola di frecce. Tanti di questi fatti sono raccolti nella “Passione” di Santa Cristina, il cui testo più antico risale alla prima metà del V secolo.

A Bolsena, nella Basilica dedicata a Santa Cristina, a sinistra della navata si accede alla Cappella del miracolo: qui si trovano custoditi l’altare su cui avvenne il miracolo, la pietra del pavimento macchiata di sangue e anche la macina con le impronte dei piedini di Cristina. Accanto a questa cappella si trova la grotta che custodisce sepolture paleocristiane e, in un’urna, anche i resti del corpo della Santa, al di sopra dell’urna una scultura dipinta che la raffigura.

Dopo aver visitato la Basilica c’è il tempo per una passeggiata per il centro storico di Bolsena e sul suggestivo lungolago, quindi col pullman si va verso Marta per l’atteso pranzo e nel pomeriggio verso Capodimonte dove ci imbarchiamo su un traghetto per una escursione sul lago, con l’intento di avvicinarci alle isole Martana e Bisentina. Per il nostro pellegrinaggio molto significativa è l’isola Martana perché, secondo tradizione, qui la piccola Cristina trovò la morte e venne sepolta. Solo nel 1078 Matilde di Canossa recuperò le spoglie e le portò a Bolsena, dove fece erigere la Chiesa a lei dedicata.

Il lago di Bolsena è il lago vulcanico più grande d’Europa e il quinto d’Italia: il vulcano durante le eruzioni si svuotò del materiale magmatico e finì per collassare su se stesso creando una grande caldera che nel tempo si è riempita di acqua e ha dato origine al lago.

Nel frattempo il cielo si è fatto grigio e la pioggia inizia a scendere, le acque del lago sono comunque calme e il traghetto è coperto, si può dunque procedere. I più temerari si spostano o a prua o a poppa per poter godere di una visione migliore. Nonostante il cielo plumbeo, la navigazione non manca di mostrarci sorprese, perché sempre ci fa vedere le cose da un punto di vista diverso e in questo ambiente pressoché incontaminato, con naturalezza, osservi il volteggiare di gabbiani, di cormorani, di aironi e capisci che sono loro i padroni del lago e di questa porzione di cielo e, inevitabilmente, anche la nostra mente si apre verso nuovi spazi di libertà.

Quindi, Montefiascone, ultima tappa della giornata. Qui visitiamo la Chiesa di San Flaviano, posta proprio sulla via Francigena, che in passato dava ospitalità ai pellegrini. La sua architettura è molto particolare, essendo costituita da due edifici sovrapposti, una chiesa inferiore e una superiore in comunicazione tra di loro attraverso una scala laterale. Sul pavimento della chiesa inferiore è collocata la pietra tombale attribuita a Giovanni Defuk, dignitario di Augusta morto nel 1113, che ha dato vita alla leggenda dell’Est Est Est, vino tipico del luogo che, poco dopo, recandoci in una cantina locale, abbiamo degustato e di cui abbiamo anche fatto scorta.

Il giorno successivo ci attende Orvieto: il gioiello che con tanta fierezza, coi suoi 325 metri di altezza, si erge sopra il tufo e domina la vallata, circondata da dolci colline. Nell’incantevole paesaggio del borgo di Orvieto trova spazio, scavato nel tufo, lo storico Pozzo di San Patrizio, profondo 54 metri, voluto da Clemente VII con l’idea di creare un rifornimento di acqua in caso di assedio. Nell’Ottocento diventa poi metafora di un luogo in cui redimersi dai propri peccati: scendere fino al fondo, lasciarsi purificare dall’acqua e poi risalire rinnovati. Anche tutti noi abbiamo percorso i 248 scalini in discesa e poi in salita. Il pozzo è stato progettato dall’architetto Antonio Sangallo che, con un espediente ingegnoso, è riuscito a far funzionare la raccolta dell’acqua. Due rampe elicoidali di scalini a senso unico, indipendenti e servite da due porte diverse, in modo tale che i muli che trasportavano l’acqua potessero uscire da un’altra via senza incrociarsi.

Percorriamo con piacere, ancora per un po’, le viuzze dell’antico borgo quando, alzando lo sguardo, scorgiamo la meravigliosa facciata della Cattedrale, ancora pochi passi e ce l’avremo lì davanti e potremo godere di tutta la sua bellezza e maestosità. Così bella da restare a bocca aperta, con le sue guglie slanciate, il prezioso rosone centrale che catalizza l’attenzione, formato da un doppio giro di colonnine e tanti archi intrecciati, le sculture in bronzo che rappresentano i quattro evangelisti, i mosaici policromi dedicati tutti a Maria (come la Basilica stessa, dedicata a Maria Assunta) particolarmente splendenti quando illuminati dal sole.

Entrando in Basilica lo sguardo non fa in tempo a confrontarsi con il tanto vasto e il tanto alto che subito è attratto dai grandiosi affreschi di Luca Signorelli nella cappella di San Brizio (il Finimondo, l’Anticristo, l’Inferno, la Resurrezione, il Paradiso), per poi posarsi sulla Cappella di fronte, quella del Corporale, dove, all’interno del Tabernacolo realizzato da Andrea di Cione, si trova la reliquia del miracolo di Bolsena, il cui valore davvero non si può calcolare. Il lino del Corporale è reso visibile solo in qualche occasione durante l’anno, noi ci siamo accontentati di poterlo vedere con gli occhi della fede e di sostare per un momento di preghiera e di meditazione.

Dopo l’ottimo pranzo, ci restava l’ultima visita del nostro pellegrinaggio. Abbiamo lasciato il centro di Orvieto e con una camminata siamo scesi un po’ a valle per raggiungere la Necropoli del Crocifisso del Tufo, chiamata così perché, all’interno di una cappella rupestre, è stato ritrovato, inciso nel tufo, un Crocifisso. La Necropoli è stata scoperta nell’Ottocento, ed è un documento straordinario della storia e della cultura etrusca. Fu utilizzata dall’VIII al III secolo a.C. in massima parte per sepolture di singoli nuclei familiari. Le tombe (oltre 200), realizzate in blocchi di tufo, sono del tipo “a camera”, disposte lungo una rete di vie sepolcrali che formano un impianto ortogonale. Molto di quanto è stato risparmiato dai tombaroli, soprattutto ricchi corredi ceramici, si trova al Museo Archeologico Nazionale di Orvieto.

A malincuore dunque ci apprestiamo a rientrare a casa. A malincuore, perché ci sono luoghi con cui si entra immediatamente in sintonia, ci sono persone con cui ci si sta bene insieme e si vorrebbe restare. Il pellegrinaggio però ci ha aperto una strada interiore per la scoperta di noi stessi e degli altri, che possiamo continuare a percorrere.

Da ultimo, ma importantissimo, un ringraziamento di cuore a Roberto, il nostro accompagnatore culturale, impareggiabile e insostituibile.